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Una recesione a: “Pastorizia e questione sarda. Considerazioni sui vincoli all’evoluzione economica”

Di Lorenzo Bona

 

 

Se è vero che gli insegnamenti di base dei genitori occupano un posto di prima grandezza nella memoria dei figli, per quanto mi riguarda può rientrare tra questo tipo di insegnamenti quello di coltivare sempre l’amore per la terra in cui sono cresciuto, la Sardegna.

Ripensando in questi giorni – forse più intensamente del solito – a cose come queste, mi sono imbattuto in un articolo scritto anni fa da mio padre a proposito del fragile sviluppo economico di una parte dell’economia sarda che viene solitamente associata a rilevanti tradizioni e aspetti culturali: e cioè il settore agro-pastorale.

Pubblicato con il titolo “Pastoralismo e questione sarda. Considerazioni sui vincoli all’evoluzione economica”**, l’articolo in cui mi sono imbattuto propone un nuovo approccio al problema della persistente fragilità economica del comparto agro-pastorale sardo, e offre alcune idee orientate alla possibilità di un allineamento di questo comparto – e più in generale della Sardegna – verso modelli di sviluppo economico più competitivi e inclusivi di quello sinora emerso.

   

Sulla persistente fragilità del settore agro-pastorale sardo: verso una linea esplicativa diversa da quella tradizionale

 

Da tempo in Sardegna si registra una situazione problematica che si può collegare, per un verso, all’esigenza di un rilancio del comparto agro-pastorale e, per un altro verso, alla messa in campo di iniziative del settore pubblico che sembrano non riuscire a promuovere tale rilancio in modo pienamente soddisfacente e duraturo.

Prendendo in considerazione questa situazione, l’articolo richiamato nel titolo di questo scritto sviluppa un’analisi che pare in grado di generare riflessioni e soluzioni diverse da quelle tradizionalmente suggerite.

Al riguardo – senza voler ripercorrere l’articolo in tutte le sue parti – si proverà a sviluppare una sua sintesi che trae spunto da alcune pagine che esso dedica al fenomeno della complessità, e al tipo di complicazioni che questo fenomeno può creare per chi esalta le prospettive economiche standard o la tendenza di queste prospettive a convergere verso una concezione della scienza legata al paradigma galileiano: cioè verso una visione della scienza che può apparire come un riflesso di una fiducia quasi assoluta nel potere esplicativo delle semplificazioni, delle relazioni causali, degli esperimenti ripetibili e delle deduzioni logiche.

In quest’ottica, l’articolo in esame aiuta ricordare che la complessità potrebbe essere ricondotta ad un fenomeno capace di manifestarsi in due forme principali: 

                 

·       come una situazione che impedisce di descrivere in modo ottimale un sistema di elementi interconnessi, in termini di componenti che interagiscono tra loro in base a relazioni relativamente stabili e semplici;

·       come uno stato di eventi che muta nel tempo, con modalità largamente influenzate da condizioni iniziali attorno alle quali non è possibile ottenere il livello di conoscenza che sarebbe necessario per formulare previsioni attendibili sui cambiamenti futuri dello stato di eventi considerato.

 

Importanti relazioni studiate dalla scienza economica, come quelle connesse alla formazione e alla variazione dei prezzi, avrebbero caratteri riconducibili a queste forme di complessità.

Questa circostanza sembrerebbe difficilmente conciliabile con la possibilità di adottare le prospettive economiche standard o convenzionali – come quella  neoclassica o quella della cosiddetta macroeconomia keynesiana – per interpretare in termini pienamente esaustivi il modo in cui si sviluppa la realtà economico-sociale.

Perchè, legate ad una logica che tende a far apparire i processi socio-economici come un flusso circolare o chiuso di eventi che interagiscono secondo meccanismi di causa-effetto abbastanza elementari e razionalmente prevedibili, tali prospettive sembrerebbero portare a trascurare la complessità di molti schemi comportamentali che sono al centro della vita sociale.

Nel senso che le stesse prospettive condurrebbero a dare un peso scarso o nullo a rilevanti scelte individuali e/o collettive che non si allineano a meccanismi di causa-effetto o a percorsi di azione pienamente razionali, come possono essere tutte quelle decisioni che tengono unita la società attraverso la generazione o l’osservanza di valori morali, principi etici e consuetudini.

D’altro lato, il fenomeno della complessità – ostacolando la possibilità di una comprensione completamente esaustiva dell’origine dell’evoluzione di molti eventi socio-economici  – farebbe entrare in crisi un’opinione abbastanza diffusa: e cioè quella associata all’idea che si possano sempre individuare con sufficiente chiarezza particolari scale di merito individuale o collettivo per poter distribuire in modo equo e razionale premi o benefici differenziati tra vari gruppi di soggetti.

Dando spazio a questo genere di osservazioni, l’articolo che ha ispirato questo scritto giunge ad ancorare sempre di più i suoi argomenti attorno a concetti emersi da filoni di ricerca che – diversamente dalle prospettive economiche standard – assegnano un peso notevole sia all’influenza delle regole formali e informali sui modelli di comportamento intersoggettivo, sia alla possibilità di un carattere spontaneo dell’evoluzione degli eventi economici

In altri termini, le pagine dell’articolo rinviano ad uno sfondo teorico che tende ad associare il concetto di sistema di mercato ad un insieme di individui ed organizzazioni che:

·       mirano alla soddisfazione di interessi differenziati;

·       realizzano comportamenti concorrenziali in modo funzionale alla scoperta di preferenze individuali e di combinazioni produttive al più basso costo possibile;

·       comunicano attraverso variazioni dei prezzi dei beni;

·       formano una rete di relazioni di scambio capace di evolvere o autogenerarsi spontaneamente e di consentire un crescente coordinamento tra conoscenze disperse, seppure in modi non sempre compatibili con la determinazione di risultati sociali dettagliati o controllabili in ogni aspetto;

·       rispettano medesime regole generali di condotta che – in modo indipendente da fini dettagliati – rendono possibile un aumento delle opportunità di scambio per ciascun individuo nel perseguimento dei propri scopi, senza però offrire alcuna certezza sui risultati (si pensi ad esempio, a quelle regole relative al rispetto della proprietà, all’essere onesti, alla necessità del consenso per il trasferimento della proprietà).

 

Questo tipo di sfondo teorico – che beneficia in larga misura di pionierisitche ricerche effettuate da economisti come Friedrich A. von Hayek e Douglass C. North –  è utilizzato per aprire due vie di ragionamento interconnesse. Una di queste invita a considerare ampiamente irrealistico qualsiasi eventuale pensiero che dovesse incoraggiare le persone a ritenere possibile un completo controllo delle traiettorie evolutive del settore agro-pastorale sardo (o di qualunque altro comparto dell’economia) da parte delle istituzioni e degli operatori economici che concorrono al suo concreto funzionamento o da parte di qualsiasi altro soggetto che dovesse ambire a tanto.

L’altra direzione riguarda la possibilità che tali traiettorie evolutive possano essere influenzate – con esiti sociali differenziati – dal modo in cui le istituzioni del settore pubblico intervengono nella sfera delle relazioni di scambio.

Relativemente a questa possibilità può apparire significativo il richiamo fatto dall’articolo che si sta commentando a proposito di alcune vicende accadute in Sardegna più o meno verso la fine del 1800, quando imprenditori di questa regione e di altre parti d’Italia furono capaci di entrare in contatto e di cogliere congiutamente risultati particolarmente fruttuosi. Nel senso che tali soggetti trovarono il modo di mettere in moto, in modi collaborativi apparentemente spontanei e indipendenti da iniziative del settore pubblico, una serie di innovazioni produttive che – nell’ambito dell’industria agro-alimentare – hanno poi consentito l’introduzione di un prodotto caseario nuovo e in grado di ottenere grande successo: il pecorino romano – un tipo di formaggio creato con latte ovino prodotto in Sardegna e metodi di lavorazione sviluppati in altri contesti economici italiani.

L’aspetto significativo di tali vicende storiche può emergere se l’attenzione viene indirizzata attorno a quel fruttuoso incontro tra imprenditori della Sardegna e di altre regioni italiane.

Perchè la possibilità di tale incontro – che si potrebbe anche descrivere come una proficua connessione tra saperi e modi di operare sviluppatisi prima di allora in mercati diversi e in gran parte disgiunti – tende ad apparire difficilmente conciliabile con la logica di quelle prospettive economiche che in modo convenzionale o standard invitano a considerare ogni singola rete di scambio e produzione come se fosse simile a un sistema di eventi chiuso o isolato.

Per contro, la stessa possibilità di incontro tra operatori economici sardi e di altre parti d’Italia potrebbe apparire di maggiore compatibilità con gli approcci economici che ruotano attorno all’ipotesi di una natura autogenerativa del mercato che – attraverso comportamenti e prezzi in concorrenza e medesime regole o principi generali di condotta applicabili in via uniforme a tutti gli individui – è capace di favorire un crescente coordinamento tra conoscenze disperse e disgiunte.

Attraverso osservazioni che segnalano la rilevanza di questo genere di aspetti, l’analisi di cui si sta riferendo tende a collegare alcuni esiti peculiari e preziosi dell’evoluzione economica che ha accompagnato sino ai giorni nostri la cosiddetta tradizione agro-pastorale sarda all’avvento di relazioni di scambio che evolvono in maniera spontanea: cioè secondo dinamiche di mercato in gran parte libere dall’influenza di interventi economici organizzati dalle istituzioni del settore pubblico per scopi molto dettagliati o specifici.

In questo modo, tale analisi appare capace di offrire un aiuto in più per poter descrivere senza troppe incorenze alcuni momenti importanti della storia economica della Sardegna come un flusso di eventi in gran parte non programmati, o come esito inintenzionale derivante da una specie di contaminazione o compenetrazione tra diverse tradizioni e culture socio-economiche un tempo slegate e tra esse indipendenti.

Per altri versi maggiormente connessi a tempi a noi più vicini, la stessa analisi sembra proiettata verso conclusioni che mettono in primo piano l’urgenza di una discontinuità nelle strategie orientate a rilanciare non solo la competitività del settore agro-pastorale della Sardegna ma più in generale lo sviluppo socio-economico di quest’isola.

  

Come una catena di eventi causa-effetto può favorire il perdurare di performance economiche deludenti

 

A proposito della necessità di una discontinuità nelle strategie volte al rilancio della competitività del settore agro-pastorale della Sardegna e più in generale dell’economia di questa regione, l’articolo che si sta recensendo può considerarsi in larga misura a favore di un definitivo abbandono dell’idea che si possano modificare in senso desiderato e vantaggioso esiti di mercato poco graditi attraverso l’adozione di decisioni ad hoc valide caso per caso: cioè meditante scelte che possono apparire difficilmente conciliabili con il pensiero che riconduce un aumento delle opportunità di scambio per ciascun individuo ad un’implementazione o a un rafforzamento di norme di condotta applicabili in modo uguale a tutti i cittadini.

Per meglio dire, l’articolo esprime l’auspicio che il futuro della Sardegna possa essere accompagnato da scelte economiche in forte discontinuità rispetto a schemi di intervento sul mercato come quelli emersi nella regione durante gli anni ’70: e cioè quegli schemi di intervento riconducibili ad importanti programmi economici che vennero lanciati, sulla base di nobili intenzioni ma con esiti deludenti, per offrire assistenza eccezionale o privilegiata a comparti economici reputati meritevoli di essere valorizzati in modo speciale.

Per spiegare le ragioni sottostanti all’auspicio a cui si è accennato si può forse fare utilmente riferimento ad alcuni scenari immaginari trattegiati nell’articolo col proposito di invitare i suoi lettori a ragionare su possibili traiettorie evolutive connesse tanto al comparto agro-pastorale della Sardegna, quanto all’intera economia di questa regione.

In questo senso, possono apparire interessanti alcuni passaggi dell’articolo relativi ad un ipotetico evento, come potrebbe essere l’introduzione di una direttiva europea, che dovesse creare involontarie distorsioni del mercato a svantaggio del comparto agro-pastorale sardo. Questa circostanza virtuale, come facilmente intuibile, potrebbe incentivare gli operatori di questo comparto ad organizzarsi attorno a strategie di coordinamento per provare a persuadere il settore pubblico della necessità di speciali misure a carattere compensativo orientate a porre rimedio agli effetti negativi dell’ipotetico evento ad essi sfavorevole.

Altrettanto interessanti sono altri passaggi dell’articolo che vengono sviluppati per immaginare anche ciò che potrebbe accadere qualora tali strategie di coordinamento dovessero riuscire nei loro intenti di persuasione: ciò che l’articolo immagina è che queste ipotetiche strategie – nell’eventualità di esiti ad esse favorevoli – potrebbero facilmente apparire agli occhi di molti come un modello organizzativo vincente e, perciò, meritevole di essere imitato e adottato in altri settori dell’economia che dovessero trovarsi in codizioni analoghe o paragonabili a quelle ipotizzate per il settore agro-pastorale. Attraverso un crescente utilizzo di schemi di imitazione, potrebbe cioè accadere che le ipotizzate strategie di coordinamento possano man mano diventare sempre più diffuse nell’intera economia sarda.

Inoltre, una catena eventi come quella immaginata potrebbe rischiare di far emergere – come aggiuntiva conseguenza ininitenzionale – un contesto socio-economico caratterizzato da:

 ·       una crescente frammentazione della società sarda in diversi gruppi di interesse che, in un’ottica di obiettivi a breve termine, cercano di influenzare il processo di elaborazione delle politiche regionali per stimolare l’avvento di speciali misure economiche in modi favorevoli alle varie esigenze da essi espresse;

·       una tendenza delle istituzioni regionali a concentrarsi sulle esigenze di volta in volta espresse da questi gruppi sociali, piuttosto che sulle necessità riconducibili ad aggregazioni di individui più numerosi ma meno  organizzati o difficilmente organizzabili attorno al raggiungimento di obiettivi economici molto specifici (es. comunità sarda);

·       un susseguirsi di misure economiche che – concentrandosi su specifiche necessità relative a gruppi di soggetti con obiettivi differenziati e a breve termine – tendono a soddisfare in maniera scarsamente efficace le esigenze più generali e di più lungo termine collegate a un rilancio efficiente e duraturo dell’economia sarda.

 

 In buona sostanza, attraverso senari immaginari come quelli che son stati descritti, l’articolo su cui si sta ragionando evidenzia potenziali rischi che potrebbero derivare – sotto forma di dinamiche impoverenti – da iniziative del settore pubblico eccessivamente concentrate sul breve periodo e su richieste legate ad interessi settoriali.

Sulla possibilità che tali scenari possano essere considerati capaci di offrire un’approssimazione sufficientemente realistica della realtà sarda, l’articolo non dice molto. Tuttavia esso mostra una certo convincimento che siano in gran parte verosimili e che, in tal senso, si potrebbe provare a vedere se da un’attenta lettura della storia dei bilanci regionali possono eventualmente emergere significativi riscontri.

 

Una proposta per una rinascita del settore agro-pastorale sardo e dell’economia della Sardegna

 

Sebbene l’analisi condensata si qui lasci trasparire sentimenti di forte preoccupazione rispetto al futuro del settore agro-pastorale sardo e, a livello più generale della Sardegna, sarebbe tuttavia fuorviante trarre affrettatamente la conclusione che l’articolo in esame sia del tutto privo di speranza e fiducia sulla possibilità di una rinascita di questo settore e dell’economia di quest’isola su basi meno fragili di quelle attuali.

Perchè, pur consegnando ai suoi lettori un’intepretazione inquitetante sulle possibili traiettorie di sviluppo dell’economia sarda, non rinucia a proporre potenziali piani d’azione per aiutare la Sardegna a lasciarsi definitivamente alle spalle una persistente situazione di fragilità economica.     

Sotto questo profilo, per aiutare la Sardegna a raggiungere una condizione di sviluppo economico reale e duraturo che solo i cambiamenti nelle opportunità di lungo periodo tendono a promuovere, la proposta a cui sembra giungere l’articolo qui recensito è questa: evitare di voler correggere a tutti costi eventuali risultati di mercato che, in un dato momento storico, possono disattendere certe aspettative e desideri; e – per contro – concentrare sempre più le forze per riconoscere e aggiustare eventuali situazioni in grado di orginare reali fallimenti o distorsioni del mercato.

In altre parole, tale proposta sembra riflettere l’esigenza di una rapida transizione nella politica economica regionale da ciò che a volte può apparire o è apparso come un approccio eccessivamente legato a decisioni ad hoc valide caso per caso, verso schemi alternativi di policy making capaci di essere sempre più in sintonia con regole generali applicabili uniformente a tutte le persone che danno vita alla società sarda.

Sono trascorsi molti anni da quando queste idee sono state introdotte nel dibattito pubblico, e purtroppo – ai giorni in cui si sta completando questo scritto – il problematico scenario economico e istituzionale che ha ispirato la loro formulazione sembra sostanzialmente invariato.

Non è che una rivalutazione di tali idee potrebbe stimolare l’avvento di nuove linee di politica economica capaci di indirizzare l’economia della Sardegna verso uno sviluppo più competitivo e al contempo più inclusivo di quello sinora sperimentato?

**Bona, V. (1997), “Pastorizia e questione sarda. Considerazioni sui vincoli all’evoluzione economica”, in Nuvoli F., Furesi R., “Pastoriazia e politica mediterranea”, Quaderni Mediterranei, N. 10 (ISPROM: Atti del XIX Seminario per la Cooperazione Mediterranea, Cagliari, 14-15 Novembre 1997), pp. 179-207.

Lorenzo Bona