"Luoghi comuni fatali": un breve scritto ritrovato sui limiti della comunicazione e su arte della retorica
I tempi attuali potrebbero essere descritti come minimo complessi e pieni di laceranti controvesie, specialmente sul piano socio-politico dove sembra purtroppo lontana la possibilità di giungere ad accordi pienamente condivisi e capaci di far stare tutti meglio.
Riflettendo in questi giorni - forse con maggiore intensità del solito - su questi aspetti e sui limiti della comunicazione umana, mi sono ritrovato a leggere uno scritto di mio padre, concepito forse non tantissimo tempo prima della sua scomparsa – avvenuta il 28 Febbraio del 2021.
Si tratta di un scritto estremamente breve e sintetico, forse l’inizio di pensieri di più ampio respiro rivolti all’Italia, come potrebbe suggerire il titolo che lo accompagna.
Nonostante questo tipo di limitazioni mi è sembrato un testo ricco di spunti di riflessione interessanti e applicabili a contesti sociali ben più ampi di quelli evocati nel suo titolo.
Nel senso che tali spunti di riflessione potrebbero apparire largamente riconducibili al tema della fragilità del linguaggio umano in molte situazioni controverse in cui – per trasformare pericolose divergenze di pensiero in ragionamenti del tutto fruttuosi e capaci di aiutare le persone a superare completamente ogni disaccordo – occorrerebbe qualcosa che purtroppo pare impossibile: e cioè che il dialogo e l’uso della parola fossero capaci di produrre soluzioni o risposte per tutti chiare e condivisibili, come quelle che emergono in ambiti dove si possono compiere esperimenti basati sul metodo galileiano.
Per questi motivi principali , ma anche in ricordo di preziosi insegnamenti paterni, mi è sembrato utile dare spazio qui sotto a tale scritto.
La speranza è che le idee in esso espresse possano ancora stimolare utili riflessioni o suggerire nuove possibilità per provare a decifrare meglio la nostra realtà e la complessità delle interazioni sociali che la caratterizzano.
Lorenzo Bona
Luoghi comuni fatali: La retorica politica in Italia
di Vittorio Bona
Considerata nell’antichità greco-romana di primaria importanza nell’educazione delle classi dirigenti, la retorica, intesa come suggerito da alcuni come l’arte di persuadere con l’uso di strumenti linguistici, detiene assieme alla grammatica il primato di disciplina più longeva tra tutte le materie che hanno per oggetto lo studio del linguaggio.
Grammatica e retorica condividono entrambe origini molto antiche ma sono bene distinte quanto ai fini che perseguono.
La grammatica, infatti, si è da sempre interessata allo studio delle leggi e delle regolarità che ricorrono nell’uso del liguaggio scritto e parlato. Mentre la retorica rivolge il suo interesse ai tipi di azioni che intervengono nei discorsi in forma di discussione o didibattito su questioni controverse, per le quali cioè non preesiste un accordo generale consolidato in merito alle procedure di accertamento della verità o falsità delle tesi sostenute.
Ed è in relazione a questa classe di discorsi che non possono pretendere di fondarsi su verità che interviene la retorica con i suoi apparati linguisitici, per cui è giocoforza che le conclusioni a cui è possibile giungere siano ottenute mediante il ricorso a tecniche linguisitche basate su schemi di argomenti che pur non avendo la forza di una compiuta dimostrazione possiedono una comprovata efficiacia persuasiva.
Fatte salve le discipline altamente formalizzate, come la logica e la matematica, e ricomprendendo insieme a queste anche le scienze che si basano sul metodo sperimentale, come la fisica e la chimica, ci si rende conto quanto estesa ed etereogenea sia la classe dei discorsi che per giungere a conclusioni ragionevoli non possono fare a meno, volenti o nolenti, di far leva su argomenti che fanno parte degli apparati costitutivi della retorica.